
L’economia circolare designa un sistema di produzione e consumo in cui i materiali rimangono in circolo il più a lungo possibile, attraverso il riutilizzo, la riparazione o il riciclo. Al contrario, l’economia lineare segue un percorso unico: estrazione, produzione, utilizzo, smaltimento. Questa distinzione, a lungo confinata alle politiche ambientali, oggi struttura decisioni di investimento concrete, in particolare attraverso la regolamentazione europea e l’emergere di fondi tematici dedicati.
Flussi di materiali e creazione di valore: cosa cambia il ciclo
In un modello lineare, il valore di un prodotto diminuisce in modo irreversibile dopo il suo primo utilizzo. Le materie prime estratte attraversano la catena di produzione una sola volta prima di diventare rifiuti. Il costo reale di questo percorso include l’estrazione, il trasporto, la trasformazione e poi il trattamento a fine vita.
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L’economia circolare interviene in ogni fase per rallentare o invertire questa perdita di valore. L’eco-design allunga la vita dei prodotti. Il ricondizionamento offre loro un secondo ciclo di utilizzo. Il riciclo avanzato recupera materiali che reintegrano la produzione.
La differenza fondamentale non riguarda solo il riciclo. Riguarda la logica economica: mantenere il valore delle risorse nel sistema piuttosto che distruggerlo. Per un investitore, questo si traduce in aziende il cui modello di reddito si basa sulla sostenibilità del prodotto o sulla rivendita di materiali secondari, e non sul rinnovo accelerato.
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Comprendere le differenze tra economia circolare e lineare consente di valutare meglio la resilienza di un modello economico di fronte alla scarsità delle risorse e all’inasprimento normativo.

Regolamentazione SFDR e tassonomia europea: la circolarità come criterio finanziario
Il regolamento SFDR (UE 2019/2088) ha trasformato la circolarità in un criterio di sostenibilità formale per i prodotti finanziari. Prima di questo testo, un fondo poteva definirsi “verde” senza specificare i suoi obiettivi. Dalla sua entrata in vigore, i gestori devono classificare i loro prodotti in base al loro livello di ambizione ambientale.
I fondi classificati articolo 9 SFDR mirano esplicitamente a un obiettivo di investimento sostenibile. Molti di essi ora si concentrano su aziende che contribuiscono alla transizione verso un’economia circolare: eco-design, piattaforme di seconda mano, riciclo avanzato, riutilizzo industriale.
La tassonomia europea completa questo dispositivo definendo quali attività economiche possono essere considerate sostenibili. La transizione verso l’economia circolare è inclusa tra gli obiettivi ambientali riconosciuti. Per le aziende, ciò significa che le loro pratiche circolari influenzano direttamente la loro idoneità ai finanziamenti verdi e la loro attrattiva per gli investitori istituzionali.
Cosa cambia per un portafoglio
Un investitore che analizza un fondo tematico deve verificare se la classificazione SFDR si basa su criteri di circolarità misurabili o su un semplice marchio ambientale generico. La distinzione tra articolo 8 (promozione di caratteristiche ambientali) e articolo 9 (obiettivo sostenibile) modifica la composizione reale del portafoglio.
Un fondo articolo 9 dedicato all’economia circolare investe in soluzioni concrete, non in aziende che si limitano a ridurre le loro emissioni marginalmente. Questa granularità normativa è recente, e non tutti i prodotti finanziari la integrano ancora con la stessa rigorosità.
Fondi di investimento in economia circolare: una classe di attivi in costruzione
Negli ultimi anni, diversi gestori come Robeco, NN IP, BNP Paribas AM o BlackRock hanno lanciato fondi tematici esplicitamente dedicati all’economia circolare. Il fondo Robeco Circular Economy, ad esempio, si posiziona come un fondo a gestione attiva con l’obiettivo di investimento sostenibile ai sensi dell’articolo 9 del regolamento SFDR, finanziando soluzioni che supportano il passaggio a un’economia circolare.
Questi fondi investono in società allineate su più pilastri:
- L’eco-design di prodotti pensati per essere riparati, smontati o riciclati a fine vita, riducendo la dipendenza dalle materie prime vergini
- Le piattaforme di riutilizzo e di seconda mano, che prolungano la vita dei beni e generano entrate ricorrenti su un medesimo prodotto
- Il riciclo avanzato e la produzione di materiali secondari, che reintegrano risorse nel ciclo di produzione a minor costo energetico
Questa strutturazione crea un segmento di investimento distinto dalle approcci ambientali generalisti. Un fondo “clima” e un fondo “economia circolare” non mirano alle stesse aziende, anche se i loro universi possono sovrapporsi parzialmente.
Valutare un investimento circolare: i criteri che contano
L’etichetta “circolare” non è sufficiente a qualificare la solidità di un investimento. Diversi elementi permettono di distinguere un’azienda realmente impegnata in questo modello da una società che utilizza il termine a fini comunicativi.
- La quota del fatturato generata da attività circolari (riparazione, noleggio, rivendita di materiali) rispetto alle attività lineari classiche
- L’integrazione dell’eco-design sin dalla fase di sviluppo del prodotto, verificabile tramite certificazioni o impegni misurabili
- La tracciabilità delle materie prime secondarie utilizzate nella produzione, che riduce l’esposizione alle tensioni di approvvigionamento
- L’allineamento con la tassonomia europea sull’obiettivo di transizione verso l’economia circolare
Le aziende il cui modello dipende dall’obsolescenza rapida dei prodotti sono strutturalmente esposte all’inasprimento normativo e all’evoluzione dei comportamenti di consumo. Al contrario, quelle che traggono i loro ricavi dalla longevità dei beni o dalla valorizzazione dei rifiuti si posizionano su una tendenza normativa e di mercato convergente.

Il confine tra economia lineare e circolare non è binario. La maggior parte delle aziende si colloca da qualche parte su uno spettro, con pratiche più o meno avanzate a seconda dei segmenti della loro attività. Per un investitore, la sfida è misurare la velocità e la credibilità di questa transizione, non classificare le società in due categorie impermeabili.